C’era una volta il bike sharing

Dopo oltre un anno dall’averne scritto torno sul bike sharing in salsa partenopea: per comunicare che è disperso.

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Non fui tenero allora né valutando il servizio né durante la prova sul campo e molti miei concittadini, come sempre avviene quando tocco argomenti che in modo diretto o indiretto tirano in ballo la gestione di questa città, fissarono il dito che indicava la luna.

Riepilogo: il progetto bike sharing era una sperimentazione. In quanto esperimento, per definizione, doveva avere una durata limitata, operare solo in alcune zone e una volta terminata si sarebbero dovute tirare le somme e partire con la versione definitiva, corretta in base all’esperienza accumulata.

La sperimentazione c’è stata, come denunciato su queste pagine la ritenni sbagliata nelle premesse perché svolta in zone già pedonalizzate o comunque ben servite dal pubblico trasporto, con stazioni troppo vicine tra loro che finivano col sovrapporsi, problemi tecnici vari e via enumerando le deficienze.

Ma soprattutto fui facile profeta nell’affermare che l’iniziativa non avrebbe avuto futuro. Perché il bike sharing non nacque, come sarebbe stato logico, per studiare una soluzione al problema della mobilità da risolvere in chiave sostenibile. Era semplicemente una della tante iniziative estemporanee messe in piedi da questa amministrazione comunale, che vive di spot e propaganda per celare il nulla in cui si crogiola.

Non fui amichevole nemmeno con la associazione che gestiva il servizio, nata occupandosi di altro e trovandosi tra le mani questo appalto. Tanto clamore, molte iniziative sui social e abili strategie di marketing: assoluta ignoranza dei problemi di mobilità di questa città e totale impreparazione su come risolverli.

Eppure, non saltate dalla sedia, mi dispiace che alla fine gli abbiano tolto il giocattolo.

Già, perché lo scorso settembre la fase sperimentale si è chiusa, nulla è stato rinnovato con l’associazione che ha curato il servizio nei mesi precedenti (ma che comunque immagino un profitto lo abbia ricavato visto che sul sito ufficiale si parla di 1,8 milioni di euro di finanziamento) ed è iniziato il solito balletto col Comune, fino alla comparsa del coniglio dal cilindro: affidiamo la gestione alla ANM!

Wow!

ANM è l’acronimo di Azienda Napoletana Mobilità. Una S.p.A. dove la mobilità è puro concetto astratto. Secondo contratto dovrebbe dispiegare sul territorio almeno 630 autobus; quelli utilizzabili sono la metà e quelli realmente utilizzati ancor meno, circa 280 secondo le ultimi rilevazioni svolte da un quotidiano cittadino.

Quindi abbiamo tolto di mezzo una associazione che pur con tutti i suoi limiti nel frattempo una certa esperienza se l’era fatta, l’abbiamo rabbonita con l’assicurazione che per un certo periodo (quanto? Una settimana? Un mese? boh…) affiancherà l’ANM per riversare le proprie conoscenze e passato tutto a una società che non riesce a mettere in strada nemmeno la metà degli autobus che dovrebbe perché le casse sono vuote (insomma…), mancano i ricambi, manca il gasolio e manca il personale. Quest’ultima mancanza in realtà mi lascia perplesso perché potrei capirla se in giro ci fossero tutti e 630 autobus: visto che fermi nei depositi riposano più della metà di loro, tutto questo personale a che serve? E perché ci sono autisti che svolgono turni di 14 ore e altri che un volante non l’hanno mai impugnato?

Ora, e non dite che penso sempre male, ma vogliamo affidare il bike sharing a questi qui?

Ma non sono preoccupato, sarà la solita bolla di sapone, come sempre. Non c’è mai stata reale volontà di trasformare la mobilità in questa città, solo l’esigenza da parte dell’amministrazione di sventolare qualcosa.

Dopo una delibera dell’ottobre 2015 in cui si vaticinava il passaggio di consegne tra l’associazione e la società, tutto si è ovviamente fermato. Proseguono, se ho capito il senso, i colloqui tra Comune e associazione che gestiva il progetto.

A scusante viene invocata la solita burocrazia che blocca ogni progresso. Fonti mie interne al consiglio comunale mi hanno fornito una versione diversa e sarei anche portato a crederci visto che proviene dall’area che sostiene l’attuale sindaco. Ma siamo in campagna elettorale, evito, tanto a nulla gioverebbe.

Però io non mi sono mai iscritto nelle liste di coloro che gioiscono dei fallimenti, anzi. E’ con rammarico che assisto a questo ennesimo buco nell’acqua, soprattutto dopo aver visto le linee guida di come sarebbe dovuto essere (scusate, non posso scrivere sarà) il definitivo bike sharing. Linee guida che prendono in esame le zone della città che io denunciai trascurate, prevedevano una serie di soluzioni che altro non sono che quelle che su questo blog auspicavo, in tempi non sospetti, sarebbero state risolte per avere un servizio davvero utile ed efficiente. Sicuramente non li avrò ispirati io, ben mi guardo da millantare meriti, ma insomma, che dire, sulla carta era bello.

Sarò smentito dai fatti e magicamente torneranno all’ombra del Vesuvio le sgargianti biciclettine blu? Magari. Però ci credo poco.

Chiudo con una ultima notazione a proposito del cordolo in pietra lavica di cui parlai giorni addietro e che ha funzione di delimitare la corsia riservata alle bici, che qualcuno ancora definisce ciclabile ma non lo è. Scherzando mostrai le mie paure a che il Vesuvio potesse aversene a male che si fosse preferito il materiale eruttato dal cugino siciliano. In realtà la pietra lavica del Vesuvio non può essere estratta se non con molte limitazioni. In pratica una volta che dai una occhiata a queste limitazioni ti rendi conto che di fatto non può essere estratta e basta. E questo in teoria giustifica l’utilizzo di quella etnea, ben più fragile e costosa.

Però Napoli è stata lastricata utilizzando in abbondanza, prima, pietra lavica vesuviana. Via via che si sono succeduti lavori di manutenzione e/o ripristino la preziosa (e ben più bella e resistente) pietra lavica nostrana è stata rimossa e ricoverata in un deposito, a disposizione del Comune per altri lavori. Riciclabile insomma. Sorvoliamo sulla solita balla che tutto il materiale rimosso è ben custodito e catalogato, in realtà giace in un deposito in provincia gettato alla rinfusa. Sorvoliamo sul fatto che in quel deposito c’è molto meno materiale di quanto dovrebbe esserci e sorvoliamo pure sul fatto che forse abbiamo capito perché, malgrado le limitazioni all’estrazione, manufatti in pietra lavica vesuviana continuano ad essere prodotti.

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Non sorvoliamo su una domanda semplice: non potevamo usare la pietra lavica abbandonata nel deposito? Non avrebbe avuto coerenza con la città, con la architettura borbonica del lungomare e soprattutto essere a costo quasi zero invece di spendere fior di soldoni per la pietra etnea?

Vabbè, mi fermo qui. Per farmi perdonare prometto che la prossima volta parlerò solo di bici, quasi sicuramente per mostrarvi un telaio poco conosciuto in Italia.

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Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.

COMMENTS

  • Assurdo.
    Un mondo assurdo.

    Daniele

  • Gabriella

    Mi manca il bikesharing! Non potendo portarmi la bici da casa perchè ho un certa età e abito sulle scale del Petraio, lo utilizzavo spesso….

    • Ciao Gabriella, a una lettura superficiale può sembrare che io sia contro il bike sharing; non mi riferisco a te ma a tante accuse che ho avuto dai miei concittadini dal vivo. Invece io sono più che favorevole, vorrei solo fosse fatto bene. Se mai si farà.
      E si, manca pure a me, mi era comodo con una postazione a pochi metri da casa mia spesso evitavo di usare una delle mie bici per la tante piccole incombenze che mi portavano a zuzzerellare al centro.

      Ieri mi hanno parlato di grandi progetti in cantiere; mi ha commosso l’entusiasmo di chi ancora ci crede.

      Fabio

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