Brava principessa!

Argomento non ciclistico ma personale, seppure più avanti qualche notazione ci sarà.
Mia figlia, con un onorevole sesto posto regionale e malgrado due cadute al trampolino a causa del mal di schiena che le ha impedito di chiudere il salto, si è qualificata per la finale nazionale di ginnastica artistica. Brava la mia principessa!

In realtà oltre al mal di schiena mi ha tenuto nascosto che aveva pure due calli saltati alle mani, perché sapeva che se ne fossi venuto a conoscenza non l’avrei portata in gara stamattina. Non tanto per i calli, quelli fanno solo male lavorando sulle parallele, quanto per la schiena con cui non si scherza.

Non l’ho mai spinta verso l’agonismo, anzi, è vero il contrario. Ogni occasione è buona per me per cercare di convincerla a lasciar perdere con le gare e limitarsi a fare sport per puro divertimento, senza l’assillo degli allenamenti duri e lunghi a cui invece si sottopone il piccolo gruppo di ragazzine che gareggia.
Però mentirei se dicessi che stamattina non sono stato orgoglioso della mia signorina; non per il risultato a cui mai ho dato importanza, sia quando è tornata a casa con la medaglia al collo che quando invece è rientrata col muso lungo.
Sono stato orgoglioso della prova di carattere. L’ho già scritto su questo blog, sapete quindi che per me lo sport è anzitutto disciplina e impegno. La lotta non contro gli avversari ma la sfida verso se stessi e i nostri limiti, soprattutto contro le avversità.

Più della tecnica, dell’esercizio e della forza, nello sport conta la testa; quella che ha avuto mia figlia stamattina, sul tappeto concentrata malgrado la schiena, le cadute dolorose durante gli allenamenti ma di nuovo sulla trave a provare, la convinzione che lei l’esercizio lo farà.

Che c’entra con le bici? C’entra, perché stavo rivedendo l’ultima parte del libro, dove parlo non solo del posizionamento, taglia, alimentazione e tecnica di pedalata; un paragrafo l’ho dedicato alla parte più importante mentre siamo sui pedali: la testa.

Una visione non scientifica ma influenzata, come tutto il libro del resto, dalla mia visione del ciclismo e dalla mia personale esperienza sui pedali. E molto mi ha insegnato essere tornato in sella dopo anni di forzata inattività, in condizioni fisiche precarie e nonostante l’espresso divieto dei medici. Oltre al fatto di continuare a pedalare malgrado i malanni ci sono ancora e col tempo aggravati. Ma c’è nulla da fare, io pedalo, mi sento meglio quando lo faccio e finché ne sarò capace continuerò a frullare le gambe e godermi la libertà che solo la mia bici sa darmi. Più piano, su percorsi meno impegnativi, con uscite sempre più rade nel tempo, ma al diavolo!, io non mollo.
E si, mia figlia ha preso da me, come del resto dicono tutti quelli che ci vedono insieme. Per fortuna oltre i difetti le ho trasmesso qualcuno dei miei pochi pregi e di due in particolare sono fiero: non mollare mai e ragionare con la propria testa, senza seguire le mode o il gregge.

Qui di seguito un estratto del libro in preparazione, dove parlo appunto di quanto sia importante la mente.

0622 La mente in bicicletta

Abbiamo visto la taglia, la posizione, i muscoli ma non abbiamo ancora parlato del vero motore sui pedali: la nostra mente.
Chi di voi non è alla prima bicicletta conosce bene quel fenomeno che avviene quando in casa arriva quella nuova: alla prima uscita andiamo come il vento. Il motivo se non tutto è, in buona parte, nella nostra testa.
Io lo chiamo, con poca originalità lo ammetto, effetto placebo.
Un fondo di verità c’è se andiamo più veloci, perché suppongo che quando cambiamo bicicletta lo facciamo per acquistare un modello di gamma superiore, quindi più leggero, ruote migliori ecc. e la differenza tra il vecchio e il nuovo ci pare abissale, facendoci frullare oltre le gambe anche due domande durante tutta l’uscita: “Perché prima usavo quel cancello?” e “Perché non ho comprato subito questa?”. Alla seconda non posso dare risposta, ma la prima vi assicuro che è una falsa domanda. La bici precedente non era un ferrovecchio, posto che non siete passati dalla olandesina di 18kg alla special da corsa da 6kg, ovvio. E’ la nostra testa che ci fa andare come fulmini sotto la spinta non delle gambe ma dell’euforia per il giocattolo nuovo.
Col tempo il divario tra la vecchia bici e la nuova andrà via via scemando, non ci sembrerà così marcato come alla prima uscita. Semplicemente è passata la smania, e tutto rientra nella oggettività dei reali miglioramenti tecnici, inferiori a quanto può farci migliorare la nostra mente.
Perché andare in bici è una questione di gambe, cuore e polmoni ma se la testa ci dice di no, non arriviamo nemmeno in cima al cavalcavia.
Con una certa dose di cattiveria quando un neociclista mi chiede di assisterlo nelle prime uscite accompagnandolo per vedere se la posizione è corretta, i rapporti usati, la cadenza, insomma per uno “svezzamento”, io testo per prima cosa la motivazione. Le prestazioni non mi interessano, quelle verranno col tempo e l’allenamento: mi interessa capire se la “testa” è quella giusta, perché la bici è fatica, il suo fascino e il suo limite.
Se un ciclista pensa che la salita che ha davanti è fuori dalla sua portata, inutile che provi ad affrontarla, non la conquisterà; se pensa che la distanza da percorrere è troppo elevata inutile che sale in sella per tentarci, non chiuderà mai il giro alla soglia prefissata.
Se invece crede che in cima ci può arrivare, pure con la lingua da fuori e a una velocità al limite dell’equilibrio state sicuri che in vetta ci arriva. Non conta a che media, conta avercela fatta. Se pensa che i 100km sono alla sua portata, non importa se li percorre ad andatura da passeggio, la distanza la coprirà tutta.
E avrà ottenuto un risultato importante: avrà capito che non sono le gambe a fermarlo, ma solo la sua testa.
Ecco, io anzitutto alleno la testa dei neociclisti. Inutile perdere tempo a parlare di medie, tempi, ripetute, rapporti o quello che volete, se un ciclista poi esce di casa col dubbio di riuscire a farcela; se c’è il dubbio nella testa del ciclista, nella mia c’è la certezza che non ce la farà.
La bicicletta è bella e infida, ti lusinga ma non perdona. Ti dona l’ebbrezza della velocità ma è pronta a chiederne il prezzo, senza preavviso. E’ quello che io chiamo il muro invisibile, e ognuno di noi almeno una volta ci ha sbattuto il muso. Pedaliamo, avvertiamo un principio di stanchezza ma ce la sentiamo ancora di farcela, magari scaliamo uno o due pignoni; poi abbassiamo lo sguardo e ci accorgiamo che i pignoni agili sono finiti, stiamo salendo già con il rapporto più leggero che abbiamo e nel momento esatto che riportiamo gli occhi sulla strada le gambe non hanno più una stilla di energia da spendere, siamo del tutto incapaci di continuare: è il muro invisibile, inutile insistere, non ce la facciamo. Però una vocina in fondo alla nostra testa, vuoi per orgoglio o vuoi perché non ce la sentiamo di abbandonare il campo, ci dice che si, siamo stanchi ma la salita deve essere nostra, ce la possiamo fare. E ce la facciamo, col cuore a mille, il sudore che ci fa bruciare gli occhi, i muscoli in fiamme, la bocca spalancata a cercare ossigeno ma al diavolo! Siamo in cima!

Chi non ama profondamente questo strumento di felicità che è la bicicletta ha difficoltà a comprendere cosa ci sia di affascinante nell’ammazzarsi (in senso metaforico, ovvio) di fatica per fare una salita che potremmo tranquillamente fare in auto o con l’autobus.
Il primo errore è ritenere la bicicletta un mezzo di trasporto; il fatto che ci consenta di coprire la distanza da A a B in un tempo più basso che a piedi è solo un effetto collaterale, a volte comodo ma di cui a noi interessa poco, della bicicletta: a noi piace pedalare, raggiungere il nostro traguardo.
Non la sfida contro gli altri, quella con noi stessi.
In bicicletta ci lasciamo cullare dal ritmo cadenzato della pedalata, la mente si libera da ogni affanno e spazia in pensieri che chissà come durante le altre attività non riusciamo mai a focalizzare, la concentrazione sulla strada è massima eppure riusciamo ad apprezzare con chiarezza il fascino dei territori che stiamo attraversando, il sole non ci è mai sembrato così amichevole e quel cielo azzurro non lo avevamo mai visto così profondo.
Poi arriva la salita e per noi non è una brutta notizia, anzi, siamo usciti apposta per incontrarla. Cambiamo rapporto, le gambe iniziano ad avvertire la pressione della strada che sale e con essa sale anche la nostra allegria; la fatica inizia a fare capolino ma noi l’accogliamo con la gioia di aver ritrovato una vecchia amica finché pedalata dopo pedalata siamo in cima. Stanchi quanto si vuole, ma con un sorriso sul volto e una felicità nell’animo che null’altro sa darci: perché ce l’abbiamo fatta, abbiamo sfidato il nostro limite e abbiamo vinto. Contro noi stessi, l’avversario più difficile.
E tutto questo non è nelle nostre gambe ma nel cuore: e non mi riferisco al muscolo.

 

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.

COMMENTS

  • Durante le randonnee, dato che il tempo in sella dura come minimo ca. 7 ore, l’ aspetto mentale é a dir poco fondamentale! Se uno pensasse, prima di una rando, di dover percorrere – chessò – 300 km magari con la pioggia, forse non partirebbe… Eppure, per molti motivi si va ugualmente!
    La bici é bella ma sa essere impietosa e assolutamente non democratica! E per pochi momenti credo sia successo a tutti di volerla tagliare in due con la flex e gettarla in fondo ad un burrone… Ma dura poco. Infine la bici per me é “meditativa”: il continuo girare dei pedali per ore e ore é rilassante come un mantra ripetuto all’ infinito mentre si medita il nulla.
    Complimenti alla figlia per l’ ottima prova!

    • Ciao Franz, anzitutto grazie per le foto, scusami se non ho risposto subito alla email, ma sono giorni piuttosto pieni; e poi una volta tanto sono in disaccordo: la bici è democratica, ci stronca tutti in uguale misura 🙂

      Scherzi a parte, condivido in toto. Pure io spesso uso la bici per “meditare”, facendomi cullare dalla cadenza riesco a pensare a tante cose sulle quali durante il giorno per un motivo o per un altro non riesco a trovare la concentrazione.
      E mi rilassa, mi mette di buon umore e, almeno a me, risveglia anche altri istinti…

      Fabio

  • Giulio

    Oggi ho provato parecchie delle emozioni che hai descritto 🙂 Molto bello, grazie!

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