Alberto bike denim

Introduzione

Prosegue la mia ricerca di abbigliamento e accessori adatti al ciclismo quotidiano: protagonista un denim. Lo propone Alberto, azienda tedesca con oltre novant’anni di esperienza.

No, non è nata nel 1922 creando da subito pantaloni per bici e tante altre attività all’aperto come dimostra l’ampio catalogo. Da allora però l’innovazione è sempre stata un elemento cardine.

Quello che vedremo in questo test è uno dei modelli dedicati al ciclismo; non l’unico ma quello che secondo me più si adatta al nostro pedalare quotidiano. Non solo taglio e tessuti ottimizzati per non tarpare il movimento delle gambe; anche soluzioni furbe per vestibilità e visibilità.

Prelevo una immagine ufficiale per anticiparvi cosa ci aspetta.

E’ il modello Regular Slim Fit Bike-B; io ho chiesto e ricevuto dall’azienda la versione dark blue, ossia più scura.

Prima però di fare conoscenza con questo denim è il caso di spendere qualche parola per descrivere la realtà Alberto.

Che a dispetto del nome italiano è invece tedesca. L’uso di questo brand è più recente rispetto alla fondazione, avvenuta come detto nel 1922 grazie all’intraprendenza del Dr. Albert Dormanns. Furono anni difficili per la Germania, tra una crisi economica fortissima dopo la sconfitta nella Grande Guerra e la successiva folle impresa della Seconda guerra Mondiale. La “Fabbrica di pantaloni Dormanns”, questo il nome originario dell’azienda, in quei trent’anni fu sempre più o meno attiva, producendo per lo più abiti da lavoro e giacche. Nel 1950 la produzione consisteva di tutto, dai calzoncini ai pantaloni sportswear ai pantaloni cropped: in breve, ciò che la moda maschile richiedeva nel corso della giornata. Nel 1968, con la morte del fondatore, l’azienda passava alla figlia che affidava la gestione al marito; cambiava la ragione sociale, che diventvaa “Albert Dormanns Nachf. GmbH & Co”; la produzione era trasferita a Rheydter Straße 19-31, indirizzo dove si trova tutt’ora. Senza mai lasciare Mönchengladbach, nel Land della Renania settentrionale.

Ma è sul finire degli anni settanta che arriva Alberto così come la conosciamo noi; con l’ingresso della terza generazione in azienda, è il nipote del fondatore che decide di cambiare il nome, sia come omaggio al nonno che come tributo alla moda italiana, da sempre uno dei nostri punti di forza. All’inizio del nuovo millennio è la quarta generazione a imprimere la propria svolta a questo marchio che è, di fatto, sempre stato nelle mani di una unica famiglia. Tradizione senza rinunciare all’innovazione. Il catalogo si amplia, nascono nuove linee, si testano materiali, si cura il design.

Dalla piccola fabbrica sartoriale sorta più di 90 anni fa si è arrivati a una azienda con oltre 1300 dipendenti in tutto il mondo, 2500 punti vendita in 56 Paesi e un fatturato che lo scorso anno ha superato i 45 milioni di euro. Merito di scelte imprenditoriali oculate, anche lì dove sembra che di assennato ci sia poco: come l’aver tenuto per 12 mesi sul tetto dell’azienda un denim per valutare che danni ne avrebbe ricevuti il tessuto. E poi io mi illudo di condurre test approfonditi… 😀

Questa breve introduzione storica ha il suo perché. L’azienda, lo abbiamo appena letto, non è nuova. E nemmeno la linea dedicata al ciclismo, che è a catalogo da diversi anni. Però la distribuzione da noi segue altri canali rispetto a quelli dei negozi di ciclismo. Dando una scorsa ai risultati cercando i negozi in Italia mi sono imbattuto solo in quelli di abbigliamento generico, chiamiamolo così. E forse è l’unico appunto che mi sento di fare all’azienda, perché troppi ciclisti qui da noi ignorano questo marchio.

E’ un capo estremante tecnico. Si, modaiolo senza dubbio. Lontano dal comune sentire di abbigliamento da ciclismo fatto solo di completi attillati. Però bisogna pedalarci per capire come questo pantalone ci avvolga lasciandoci la più ampia libertà di movimento per comprendere quanto studio, prove e lavoro ci sia in quello che sembra, a un occhio superficiale, un semplice jeans.

Io, come tanti di voi, vivo in bici ogni giorno. Ci vivo per passione, ci vado al lavoro, pedalo per spostarmi, sfrutto la rapidità della bicicletta quando ho tante commissioni da svolgere. Ogni volta che non è una uscita di allenamento, quindi con bici da corsa e abbigliamento di conseguenza, sorge il problema di come vestirmi. Escluso il lavoro dove la grisaglia è d’obbligo, pedalare coi normali jeans non è semplice. Anche se in città la cadenza è sempre più bassa, resta il fastidio di sentirsi tirare a ginocchia e cavallo, la gambe costrette, la schiena che si scopre abbassandosi a impugnare il manubrio; e guai a dimenticare qualcosa per stringere il pantalone alla caviglia, altrimenti se va bene dopo è da buttare, se va male si impiglia nella catena con pericolose conseguenze.

Per questo decisi di aprire una finestra sul ciclismo urbano, testando ciò che ritenevo ci avrebbe semplificato la vita sui pedali. Non credevo sarebbero stati articoli capaci di raccogliere grande seguito, del resto parlando di scarpe o pedali non è che puoi fare chissà che letteratura e accendere la passione. Invece sono stato smentito, me lo dimostrano le vostre mail e le statistiche di visita. Per questo ho deciso di continuare; l’ho fatto con la borsa Vaude, lo faccio con questo denim Alberto, lo farò con un accessorio economico che, sembra, potrebbe aiutarci nella pedalata.

Ma prima di pedalare, spazio al classico paragrafo per scoprire come è fatto il pantalone in prova.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • Bella recensione, come al solito. Il problema del cellulare si affaccia ciclicamente e ormai mi sono rassegato a girare o con lo zaino o con delle borsette da telaio, ma decisamente poterlo mettere in tasca sarebbe meglio.
    Una cosa slegata: che attacco manubrio avevi montato sulla London Road? Il RedShift ammortizzato (spero di non aver sbagliato il nome dell’azienda)?

    • Elessarbicycle

      Ciao Samuele, si è il Redshift che ormai vive in pianta stabile sulla LR tranne quando a causa di qualche test più particolare lo smonto per non falsare le impressioni.
      Questa del cellulare poteva sembrare una notazione di poco conto, ma parlando di un denim da usare in bici mi sono posto il problema della praticità. E mi fa piacere sia stato notato, sono uno che nei test spacca il capello in quattro e non è sempre facile immaginare ogni situazione tipo…

      Fabio

  • Gianni

    Ciao Fabio,
    bella recensione questa e tutte le altre relative ad abbigliamento specialistico ma dai tratti, come dire, “civili”.
    Io ho risolto il problema dei jeans in bici quasi per caso quando in un punto vendita Decathlon mi sono imbattuto nel manichino del settore arrampicata che indossava dei jeans marchio Simond che è il nome della linea dedicata alla specifica disciplina.
    sarà stata la posizione delle gambe del manichino che ricordava tanto il gesto pedalatorio, sarà stata l’illuminazione del momento,ma mi sono deciso a provarli e li ho trovati semplicemente comodissimi.
    Per 35€ scarsi ho voluto correre il rischio e…ne ho comprato un altro paio tanto sono comodi con la leggera elasticizzazione e morbidezza del tessuto e del taglio che assicura grandissima libertà di movimento soprattutto al cavallo ed alle ginocchia. Ovviamente mancano le accortezze del capo della prova pensato per il ciclista ma è un’alternativa che potrebbe essere presa in considerazione ad un prezzo veramente accessibile.
    A presto
    Gianni

    • Elessarbicycle

      Ciao Gianni, quando a gennaio ho dato inizio alla sequela di test dedicati all’abbigliamento tecnico celato da un aspetto casual non ero del tutto sicuro sarei stato seguito. Invece, statistiche alla mano, si sono rivelati articoli molto letti.
      Anche io, come te e ne ho fatto cenno, sfruttavo abbigliamento Deca ma indirizzato ad altri usi. Grazie a taglio più largo e tessuto leggermente elasticizzato riuscivo a pedalare meglio rispetto a jeans normali.
      Ma, credimi, una volta che provi un denim specifico, questi o i Vaude recensiti a gennaio, scopri un altro mondo. La libertà di movimento è assoluta e non solo rispetto a denim normali ma anche a pantaloni come quelli che hai scelto e che usavo anche io.

      Fabio

  • Gianni

    Ciao Fabio, immagino. Tutte le volte che ho fatto il salto da abbigliamento “adattato” ad abbigliamento pensato per una specifica attività ho sempre riscontrato differenze che, come vedo, confermi anche tu. Così era per i capi da motociclismo così è per quelli da ciclismo.
    Beh, con le prove di abbigliamento cui ci stai abituando hai aperto a molti di noi lettori un mondo quindi…..continua così!!! 😉

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